il Cristo redentore nell'Arte
Iconografia e morfologia del ritratto
Il volto umano mantiene, come tutte le cose nell’universo, un equilibrio e una simmetria ben precisa. Gli occhi, il naso, gli zigomi, le narici, il mento, le guance, le orecchie, il collo, vanno a formare un insieme armonico assai bilanciato, ben difficile da ristrutturare.
I tentativi di rappresentazione del viso e del ritratto che si sono succeduti nel corso dei secoli, hanno tutti lasciato una traccia e un’impronta inconfondibile, che è andata poi a definire financo, il grado e il livello di civiltà di un popolo e della sua storia.
Gli antichi Egizi (1) come è noto, mettevano il naso di profilo e gli occhi di traverso; l’abbinamento può apparire bizzarro ma a tutti gli effetti, a distanza di millenni, risulta ancora estremamente elegante, e non privo di significato. Da sottolineare che questa soluzione prospettica veniva adottata solo negli affreschi, ma mai nelle sculture (2), che restavano tridimensionali e di meravigliosa fattura.
I Greci (3) hanno sicuramente il massimo della perfezione estetica, propriamente detta. Credo si possa dare a ben ragione che si dovrà aspettare il Rinascimento italiano per ritrovare la simmetria e l’equilibrio nei visi delle donne e degli uomini dell’età classica. L’equilibrio però non è, a tutti gli effetti, l’unico obbiettivo e parametro di valutazione; il viso di una persona incarna, nella realtà, tutta una serie di significati e di aspetti che si distanziano e non poco dalla purezza delle linee e delle forme di una morfologia perfettamente simmetrica. Nelle immagini di pubblicità di famose case di moda, o di creme per la pelle, vi sono degli esempi oggi giorno di morfologie assolutamente perfette, che un pittore non avrebbe però alcun interesse a riprodurre. Effettivamente dietro al viso vi è qualcosa di più. E un viso perfetto è per definizione un viso inespressivo, senza dubbio acerbo, sciapo, se vogliamo.
Dopo il Medioevo, con Giotto (4), Masaccio, e la nascita della prospettiva e con essa dell’arte moderna, si è iniziato ad affrontare il problema, in diverse direzioni.
Il dipinto di Piero della Francesca di Federico da Montefeltro (5), è effettivamente un punto di partenza dietro a cui, oltre alla soluzione tipicamente formale, si individua anche uno stato d’animo. La definizione di un atteggiamento del carattere diventa la finalità principale.
La Monna Lisa (6), di Leonardo da Vinci è un esempio sublime ed emblematico, di come si possa attraverso la pittura, svelare dei risvolti inaspettati. Raffaello (7) e Michelangelo, a loro volta, percorrono questa medesima strada in direzione e condizioni diverse; a seconda ovviamente della poetica e della personalità dell’artista.
Bisogna sottolineare una cosa: questo tipo di ricerca, non può essere perpetrato allo stesso modo nella scultura. La rappresentazione su una superficie bidimensionale, permette infatti una libertà molto maggiore per quanto riguarda l’espressività di un atteggiamento, di un vezzo, di un momento. La stessa rappresentazione in scultura andrebbe a scadere in risultati più smaccati, barocchi se vogliamo, un po’ alla Ridolini per intenderci. Infatti si dice “fermo come una statua“, giusto appunto, in quanto, la tridimensionalità sottintende l’accesso alla visione da diversi punti di vista e nella rappresentazione dell’espressione di un volto; la morfologia stessa del viso fa sì che, se da una parte vi sia un chiaro indirizzo in una direzione emotiva, da un altro punto di vista, tridimensionalmente parlando, perda completamente di significato.
Per cui nella scultura, gli spazi di libertà d’azione sono sensibilmente diversi; perché i problemi, come vedremo in seguito, sono altri. II dipinto di Ortensio Felix di EI Greco (8), sancisce la nascita del ritratto psicologico. Nei soggetti religiosi (9), il pittore spagnolo, pone invece l’accento sulla spiritualità, come è giusto che sia; per cui i volti rappresentano le anime, e come tali sono, pallidi, slavati, bislunghi, e tirati verso l’alto, quasi fossero in procinto di andare in paradiso. Ci stiamo avvicinando all’obbiettivo. II problema del ritratto del Cristo, è che il Cristo non ha un volto. La morfologia una faccia corrisponde infatti alla struttura ossea che essa ricopre. Per disegnare un braccio si insegnava, anni or sono, lo studio della struttura ossea; per cui disegnare prima l’omero, il radio… per la gamba la tibia e quant’altro, poi i muscoli e via dicendo. ln assenza di un modello, come nel caso del Redentore, la cosa assume ulteriori difficoltà. In età contemporanea, l’autoritratto di Gauguin (10), mi sembra un esempio, poco conosciuto ma estremamente significativo. I tratti psicologici dell’uomo e dell’artista, sono descritti in maniera evidente.
Pian piano con Cézanne (11), proprio nel tentativo di risolvere siffatte questioni e semplificare la cosa, si tenta di sussumere il problema in termini geometrici. Evidentemente, qualsiasi cosa in realtà può essere rappresentata secondo le linee semplici e schematizzate di un triangolo, di un quadrato, e di un cerchio. Questa è la via al cubismo che si sta aprendo. Però non è solo la questione geometrica: vi è anche qualcosa d’altro, in quanto il problema dell’equilibrio prospettico deve essere mantenuto. Nel momento in cui si distrugge qualcosa, lo si può fare solo in virtù di una ricostruzione successiva dell’equilibrio prospettico.
Il ritratto di Geltrude Stein di Pablo Picasso (12), è un esempio mirabile di quanto affermato.
La cosa che mi preme sottolineare, (con le dovute proporzioni, in quanto è un quadro profano, cioè di un personaggio relativamente normale, quindi non sacro) è l’assoluta somiglianza estetica con le icone russe. Pur essendo soggetti completamente diversi mantengono le stesse caratteristiche di profondità, di interrogativi, di soluzioni, e di interpretazioni e sfaccettature. Si inizia ad entrare nel territorio dell’arte contemporanea: l’obbiettivo dell’artista non è più quello del soggetto che viene descritto, ma la rappresentazione di uno stato psichico, secondo cui l’interlocutore, cioè colui che osserva, possa girarvi intorno, per conoscere e studiare a sua volta un’emozione che a questo punto egli stesso percepisce.
Nel corso dei secoli e nel caso di Cristo, si è posto massimamente l’accento sull’aspetto della Passione. Questo per le più svariate ragioni, porto qui ad esempio una mirabile Crocefissione di Velâzquez (13). Prima di tutto per lo scandalo che un uomo di tale levatura morale e spirituale, sia stato trattato in questo modo. Secondo: la sua somiglianza con Dio. La sentenza che lo accusò definitivamente fu, per l’appunto, quella riguardante la sua comunanza con Dio. Egli rispose chiaramente al Sommo Sacerdote che lo interrogava: “il Padre mio, prima che tu nascessi..” e questo gli valse la morte di Croce.
Poi il fatto che rappresentando la morte di Croce sono rappresentati tutti i dolori dell’umanità che soffre. Non vi è infatti un dolore più grande di quello. Per cui qualsiasi altra sofferenza in essa è contenuta.
Non ultimo per i pittori, la questione sia molto più semplice. Un uomo che soffre è molto più tacile da rappresentare. II problema è che, nel caso del Redentore, bisognerebbe rappresentare la “Resurrezione” ovverosia il Cristo Risorto.
Cioè dopo che è morto. Quando le donne lo incontrano, quando torna in gloria, e rimane cinquanta giorni con gli apostoli e i discepoli. Invero questo è assai arduo da dipingere e da scolpire. Il primo Cristo risorto che mi viene in mente, è la Trinità di Masaccio (14).
In questo affresco meraviglioso presente nella Basilica di S. Maria Novella è rappresentata la Resurrezione. Non facile da concepire. II Cristo soffre, ma non c’è solo quello. È in croce, probabilmente è sfibrato, dolorante, ma si percepisce chiaramente che non finisce lì. La morte non è ritratta; è superata secondo un disegno divino.
Nella Resurrezione di Dalì (15) è rappresentato un attimo in cui il Cristo si immola per l’umanità; in cui comunque sta soffrendo oltre ogni dire.
Il volto non si vede. La Resurrezione nella sala delle udienze in Vaticano di Pericle Fazzini (16), è una scultura meravigliosa E qui non si parla della morte, ma dell’attimo di passaggio alla Gloria eterna. II parallelo con il roveto ardente di Mosè, in cui Dio si manifesta, e questa esplosione di potenza e forza trascendente in cui Cristo risorge, sono espressi assai chiaramente. Io ritengo che questa scultura, pur non essendo cosi conosciuta e di pubblico dominio per coloro che non siano addentro alla materia, meriti un interesse e un’importanza che certamente la storia saprà tributargli. Io, dello stesso autore, amo molto anche un disegno che ritrae semplicemente la Croce con un drappo, un piccolo sudario, un pezzo di stoffa, e il Cristo che non c’è. Si percepisce anche qui uno stato di calma, di risoluzione e di quiete, rispetto alla tragedia che è avvenuta o ormai è alle spalle e non c’è più.
II Cristo Redentore di Bruno Innocenti a Maratea è un Gesù risorto. È un Cristo in gloria, che viene, che ritorna, e dà pace e speranza all’umanità intera.