L’opera monumentale del Cristo e i favolosi anni '50
Maratea – A guardarsi intorno oggi, tra la crisi dei valori, le macerie dell’idealismo, la debacle economica e il progressivo indebolimento dello Stato sociale, sembra impossibile che ci sia stato un tempo in cui l’Italia pareva sorridere e mantenere le proprie promesse.
Lasciatasi alle spalle la guerra, elaborato il dolore, i lutti e le sofferenze, l’Italia si rimbocca le maniche e guarda al futuro. La ricostruzione si nutre di speranza e fiducia nell’avvenire. Gli anni Cinquanta, definiti decennio lungo per un secolo breve, gettano le basi del boom economico degli anni Sessanta e dello sviluppo futuro. Si tratta, per il Paese, di un secondo Rinascimento, in cui creatività e utopia si fondono e dialogano.
Le parole non sono palloncini sgonfi abbandonati per strada, ma rimandano a contenuti e progetti densi di significato, che uniscono praticità e bellezza, funzionalità e leggerezza. Capitani d’industria entusiasti e lungimiranti, spesso con personalità d’artista, materializzano fabbriche, strade, ponti, palazzi, ma anche automobili (la famosa Seicento), frigoriferi, televisori, lavatrici, attenti ai bisogni di una società in trasformazione.
La sperimentazione e la ricerca investono tutti i settori in un clima di dilagante ottimismo. L’Italia si muove con euforia creativa e un’indiscussa fede nel domani. Simboli di questa epoca sono coppie come Bartali, De Gasperi e Togliatti, la Vespa e la Lambretta, la televisione e il cinema, la pubblicità di Carosello, la scoperta del design e le sperimentazioni sui materiali e sulla plastica.
È un’epoca di grandi infrastrutture, opere d’arte e impegno sociale, di un impulso all’osare piuttosto che al desistere. Il fermento di quegli anni ha effetti concreti: dal 1952 al 1970 il reddito medio degli italiani cresce fino al 30%.
Nel 1950, con la legge n. 646 del 10 agosto, il sesto governo De Gasperi crea la Cassa per il Mezzogiorno, con l’obiettivo di finanziare iniziative industriali per colmare il divario economico tra Nord e Sud Italia. A prescindere dalle valutazioni sui suoi effetti, la legge ha un fine nobile: favorire la parte più debole del Paese. Tuttavia, il Sud è già segnato da un’emigrazione massiccia verso il Nord, l’estero e oltreoceano. Ma chi parte lo fa con passione e fiducia, in cerca di affermazione e successo pulito, lontano dal narcisismo e dall’edonismo sfrenato dei giorni nostri.
Grazie a quella legge, Oreste Rivetti, industriale laniero biellese, intraprende un viaggio lungo e tortuoso dal Piemonte alla Basilicata, fino a Maratea. Per comprendere le difficoltà di quel tragitto, basti pensare che il Piano Nazionale delle Autostrade viene decretato solo nel 1955, e l’Autostrada del Sole viene inaugurata nel 1964.
Rivetti è un uomo concreto, intraprendente, che guida il Lanificio Rivetti S.p.A., un colosso che occupa 20.000 maestranze. Giunge a Maratea nel marzo 1953, accompagnato dal figlio Stefano, laureato in Scienze Economiche e specializzato in Ingegneria tessile in Germania.
Se Oreste è dubbioso, Stefano si lascia conquistare dal fascino selvaggio del paesino lucano, immerso tra monti e mare, ricco di sorgenti d’acqua dolce e abitato da gente cortese ma diffidente.
Maratea, nonostante il suo passato fiero e indipendente, è in quegli anni una carta bianca su cui riscrivere la storia.
Nel documentario L’Italia vista dal cielo – Basilicata e Calabria di Folco Quilici (1967), prodotto dalla Esso Italiana, il Sud appare ancora come un paesaggio struggente, abitato da gente semplice che lotta per la propria sopravvivenza.
Stefano Rivetti, ereditando il testimone dal padre, intuisce che le potenzialità di Maratea non sono solo industriali, ma anche turistiche, ambientali e agricole. Costruisce e gestisce il Santa Venere Hotel, ancora oggi tra gli alberghi più esclusivi d’Italia. Pianta migliaia di alberi, trasforma il paesaggio brullo, fonda la Pamafi, azienda ortofrutticola e florovivaistica.
Ma Rivetti è anche un visionario, guidato da un forte senso estetico. Figlio autentico di quegli anni dinamici, non si fa scoraggiare da ostacoli e difficoltà.
Rio de Janeiro. Sorvolando il Corcovado, Rivetti vede il monumentale Cristo Redentore e ne resta affascinato. Decide che anche Maratea deve avere una statua simile. Il progetto prende forma nella sua mente, elaborato nelle lunghe passeggiate e nelle notti insonni.
Cerca un artista capace di tradurre in materia la sua visione. Non importa se le strade sono troppo strette, se la burocrazia è lenta, se l’impresa appare titanica. In lui brucia ancora lo spirito di quegli anni favolosi, in cui anche l’impossibile diventa realizzabile.
Grazie a questa visione oggi esiste la Statua del Cristo di Maratea, alta 21,20 metri, con un’apertura di braccia di 19,75 metri. Il suo sorriso misterioso e benevolo accoglie i visitatori che salgono dalla Basilica di San Biagio, testimone di una storia che intreccia utopia e realtà, il sogno di un uomo e il fervore di un’epoca irripetibile.
Sara Palmieri, 2012