il Cristo redentore nell'Arte

La figura del Cristo Redentore nell'Arte Contemporanea

Molto si è parlato e molto si è detto riguardo al fatto che, nel panorama dell’arte contemporanea, la figura del Redentore abbia ceduto il passo e non sia stata più, come nei secoli precedenti, il centro degli interessi di autori e committenti.

Senza dubbio, in passato, i temi sacri, nei loro molteplici aspetti, hanno tenuto un ruolo di assoluta predominanza, arrivando finanche a monopolizzare i soggetti e gli sviluppi della storia dell’arte moderna.

Questo avveniva per diverse ragioni; la prima era certamente di carattere divulgativo. Non sapendo la gente né leggere né scrivere, è ovvio che la necessità didattica di comunicazione da parte della Chiesa, rispetto alla figura di Cristo, della Vergine Maria e della vita dei Santi, era e restava di primario interesse.

Ma, indipendentemente dalle tematiche, sacre o profane che fossero, i soggetti delle rappresentazioni del passato non potevano prescindere dalla finalità, neanche troppo generica, di identificazione formale.

In assenza di altri mezzi di comunicazione, si dipingeva un quadro. Si dipingeva per ricordare, per identificare, per mostrare e per lasciare una traccia. Un semplice committente che, per ragioni affettive o di prestigio, avesse voluto serbare il ricordo della moglie, del padre o del figlio morto in guerra, non aveva alternativa se non contemplarne il ritratto.

Il medesimo ritratto, nella ricerca estetica dell’artista, sviluppato e migliorato, diventa il volto del Santo, dell’Assunta o magari di Cristo.

Per essere ancora più espliciti, il giorno in cui un Cardinale o un principe commissionavano un’opera al pittore – mettiamo il caso fosse un Paolo Tarso o La Decollazione del Battista – la prima necessità dell’autore era quella di trovare un modello che vi si potesse fortemente identificare.

Nel momento in cui la struttura di rappresentazione formale si basa su presupposti di identificazione, è ovvio che la figura di Cristo non possa che mantenere un ruolo di assoluta rilevanza. Se si dipinge un uomo, o ancor più un uomo che soffre, prima o poi si arriverà a confrontarsi, per causa di forza maggiore, con l’enigma dell’uomo Cristo. Se si dipinge una donna e si vuole che incarni valori di abnegazione e sacrificio, è ovvio che prima o poi si arrivi a confrontarsi con l’immagine della Vergine Maria. E così via dicendo…

Molto più avanti, con lo sviluppo demografico, tecnologico, economico e conseguentemente sociale di fine Ottocento, e con l’affiorare dei primi strumenti di comunicazione di massa – la fotografia, la divulgazione della stampa e poi il cinema – nuovi orizzonti si sono dischiusi agli occhi e all’immaginazione di artisti e committenti.

Il tipo di impostazione dell’età moderna ha lasciato gradualmente il passo a una nuova forma di ricerca: meno comprensibile, certamente, ma di importante significato.

Se i presupposti di carattere descrittivo erano stati esauriti, non lo erano certo quelli di carattere espressivo!

Nel Ventesimo secolo si è assistito a un vero e proprio stravolgimento dei valori formali di riferimento classico e moderno. Quello che in passato veniva descritto e decantato, in età contemporanea verrà distrutto e rappresentato.

Il tentativo è stato quello di passare da una strutturazione formale di carattere descrittivo all’acquisizione di una strutturazione formale di carattere rappresentativo.

Quando si guarda un quadro moderno, si dice: “È quello… descrive quello.” Quando si guarda un quadro contemporaneo, si dice: “Rappresenta quello… è la sua maniera di rappresentare quella tal cosa…”

Ovviamente non tutti i tentativi sono andati a buon fine, e probabilmente la pittura è quella che più delle altre arti ne ha pagato lo scotto. L’obiettivo comune dovrebbe comunque essere quello di rendere partecipe l’osservatore degli stati d’animo e delle condizioni originalmente descritte nel soggetto.

Se una volta si identificavano gli uomini e le loro dinamiche, in età contemporanea si è tentato di porre l’interlocutore nelle condizioni percepite, dalle quali scaturivano gli stati d’animo medesimi: una volta descritti, ora rappresentati. Non quindi le emozioni del personaggio, ma le condizioni che le hanno provocate. È ovvio che, partendo da questi presupposti, il tema della figura di Cristo è assai arduamente penetrabile. Tutti conosciamo infatti la sua storia e i tragici eventi che hanno portato allo scandalo della Croce.

Far vivere o rivivere, anche solo in parte, rappresentandoli in maniera nuova e contemporanea gli oggetti di quegli stati, è cosa a dir poco improponibile. In vero, a questo scopo, è preposta la Liturgia Eucaristica. Ciò non toglie il fatto che vi siano stati artisti che si siano mirabilmente accinti nell’impresa.

Sovviene ad esempio il Cristo di San Giovanni della Croce di Salvador Dalí (1), la Crocifissione (2) stessa, sempre di Dalí, o la sua Madonna di Port Lligat (3). La Resurrezione di Pericle Fazzini (4), nella Sala Nervi in Vaticano, o la Passione di Rouault (5).

Tra questi, e non ultimo, mi sembra di poter annoverare la statua del Redentore di Maratea, opera mirabile di Bruno Innocenti. In ultima analisi, il tema di Cristo è e resterà per sempre l’argomento più complesso e difficile di qualsiasi rappresentazione artistica.