il Cristo redentore nell'Arte
Icone Russe e Bizantine
Nella rappresentazione del volto di Gesù, un capitolo centrale e affascinante dal punto di vista pittorico è quello che riguarda le icone russe e bizantine.
La materia presenta numerosi aspetti e difficoltà. Prima di tutto, l’icona non è una semplice rappresentazione estetica, ma è stata venerata nei secoli come “l’immagine della presenza”. Un po’ come nella tradizione cattolica si adora il SS. Sacramento, nella Chiesa Ortodossa si venerano le icone (1). Questa questione ha persino dato origine a drammi diplomatici, culminati nel periodo iconoclasta.
L’icona è dipinta da un monaco che deve seguire regole rigidissime, sia per le tecniche pittoriche, regolate da un protocollo preciso, sia per la spiritualità del processo.
Infatti, i monaci iconografi pregavano costantemente, prima, durante e dopo la pittura. Esiste persino una preghiera specifica del pittore di icone.
Un dettaglio interessante è che i colori venivano applicati dagli scuri ai chiari, e non viceversa. Nella pittura occidentale, bisogna attendere Caravaggio (2) per vedere una soluzione simile.
Il risultato è straordinario. Nei volti sacri e in quello di Cristo, bambino o adulto, c’è una dimensione atemporale, tanto che sembrano dipinti da artisti contemporanei. Si potrebbe restare ore, giorni interi a contemplare questi volti enigmatici, colmi di significato. Eppure, il loro senso non cambia, ma si modifica in base agli stati d’animo di chi li osserva, continuando a comunicare come specchi della trascendenza di cui sono pervasi.
Secondo la tradizione, la prima icona risalirebbe all’immagine del volto di Cristo che egli stesso avrebbe miracolosamente impresso su un telo di lino: il “Madillion”. Si narra che sia stata conservata per secoli a Costantinopoli, per poi essere perduta, ma riprodotta in numerosi esemplari.
L’icona della Vergine, invece, sarebbe nata da un ritratto dipinto da San Luca Evangelista. Si dice che le icone antiche abbiano un potere taumaturgico e che in esse si possa percepire il “luogo della presenza” del Verbo Incarnato.
Il Concilio di Nicea del 787 ha definito con chiarezza quale debba essere l’atteggiamento nei confronti di queste immagini sacre:
“Definiamo… come le rappresentazioni della Croce preziosa e vivificante…. devono essere poste nelle sante chiese di Dio, sugli utensili e le sacre vesti, sui muri e sui quadri, nelle case e per le strade, sia l’immagine di Dio nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, che quella della
Vergine Immacolata, la Santa Madre di Dio, dei Santi Angeli, e di tutti i Santi.
Infatti, guardando frequentemente queste rappresentazioni, coloro che le contemplano si ricorderanno dei modelli originali, si volgeranno ad essi, testimonieranno loro, baciandole, una venerazione («proskynesis», adoratio) rispettosa, senza essere un’adorazione (<<latréia>>, latria) vera secondo la nostra fede, adorazione che conviene a Dio solo.
…Si offriranno incenso e lumi in loro onore, secondo la pia consuetudine degli antichi. Perché (San Basilio, De Spiritu Sancto) “L’onore reso a un’immagine, risale al modello originale”. Chiunque venera un’immagine, venera in essa la realtà che vi è rappresentata”.
(Dichiarazione finale del II Concilio di Nicea 787 d.c.)